Enrica Perucchietti – Blog

Giornalista e scrittrice. Ciò che le TV e i media non ti dicono

Quello delle mascherine è un argomento che ha creato controversie fin dall’inizio dell’emergenza: chi sostiene che è inutile, chi dannosa, chi necessaria. Ora si parla di “NO VAX” per denigrare chi ne critica l’utilizzo.

 

Mentre in Piemonte scatta l’obbligo a usare le mascherine anche all’aperto dal venerdì al martedì, si crea una nuova espressione denigratoria per poter attaccare e silenziare chi critica l’uso eccessivo di tali dispositivi: NO MASK. (leggi articolo)

Insomma, parodiando l’etichetta “NO VAX” che era già stata utilizzata per attaccare persino coloro che erano semplicemente per la libera scelta, si torna a usare la fallacia dell’argumentum ad hominem di cui parlavo in questo precedente articolo per liquidare il dissenso e trattare come dei pazzi complottisti e pericolosi negazionisti coloro che osano dissentire.

O in questo caso, per silenziare coloro che mettono in dubbio l’efficacia delle mascherine all’aperto se non addirittura la pericolosità dal loro abuso. Chi si rifiuta di indossarle andrebbe a detta di alcuni esperti “denunciato”.

Si è creato l’ennesimo frame, una cornice negativa, con cui stigmatizzare chi critica in questo caso l’utilizzo o l’abuso delle mascherine. E immancabilmente si stanno diffondendo articoli, commenti su forum per confermarne il frame e per avvalorare la veridicità delle accuse.

Invece di confutare l’argomentazione che si vuole negare, si attacca così la fonte o la persona che la sostiene. Si sposta pertanto l’attenzione dalla tematica alla persona che ne parla e la divulga.

Inoltre si divide la popolazione in fazioni, pro e contro, utilizzando il metodo del Divide et Impera, lasciando che siano i cittadini a scornarsi tra di loro come i tifosi delle rispettive squadre calcistiche.

Le motivazioni dei famigerati NO MASK non avrebbero alcuna base scientifica, anzi andrebbero contro il buon senso secondo la narrativa mainstream, se non fosse che diversi medici si sono espressi negativamente contro il loro utilizzo.

 Walter Ricciardi, membro dell’OMS e consulente del ministro Speranza, il 25 febbraio nel corso della conferenza stampa con il commissario Borrelli alla protezione ha dichiarato quanto segue (vedi video):

 

“Le mascherine alla persona sana non servono a niente, servono alla persona malata e al personale sanitario”.

 

Tra i critici anche il prof Pasquale Mario Bacco medico legale, ricercatore e membro del team di medici che lavorano per la società Meleam, che ha spiegato a Fabio Duranti e Francesco Vergovich per Radio Radio che le mascherine non servono a niente, anzi sono addirittura controproducenti:

 

Il virus passa attraverso le mascherine, è infinitamente più piccolo dei filtri che si possono creare. Certamente in ambiente sanitario, soprattutto quando certe cose non si conoscevano, è stato anche utile, ma oggi ha un effetto paradossale. Ci impedisce l’immunità di gregge che invece in questo momento andrebbe assolutamente favorita. E poi andrebbe cambiata continuamente!

All’interno si fanno dei terreni di coltura che sono più belli di quelli che abbiamo noi in laboratorio. Cioè quando si tiene la mascherina, soprattutto per parecchie ore, si formano tanti di quei microrganismi, virus, batteri, protozoi, che quando respirate entrano tutti nel vostro corpo.

Cerchiamo di essere seri: mascherina in questo momento assolutamente no, tranne quando siamo in contatto con soggetti malati gravi o particolarmente anziani, e neanche tutte le mascherine perché quella chirurgica non serve a niente.

Fermo restando che bisogna seguire le regole, io dico che in questo momento, in queste condizioni e con questo virus oggettivamente le mascherine sono diventate soltanto il simbolo di chi si è arricchito, e si è arricchito molto. Col tempo scopriremo tante situazioni”. (ascolta intervista al Prof. Bacco)

 

Chi scrive non ha competenze in ambito medico-scientifico, pertanto, è bene sottolinearlo, non è mia intenzione convertire il lettore a una posizione, anzi, per nulla. Lo scopo del presente articolo è mostrare come, per l’ennesima volta, si sia coniata una nuova espressione, anzi una etichetta denigratoria, un frame, per liquidare chi si permette di esercitare il dubbio o criticare l’abuso dei dispositivi sanitari.

La sensazione è che si trattino i cittadini come degli idioti, dei bambini impauriti che devono delegare ogni decisione e ubbidire senza fiatare. Quando questi si permettono di mettere in dubbio le scelte e le regole imposte dall’autorità, vengono rampognati e derisi con il ricorso all’argumentum ad hominem e alla fallacia del bastone di cui parlavo in questo articolo.

Intanto Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia ha dichiarato che il virus è diventato meno aggressivo e che pertanto

 

“Già a giugno potrebbero non essere più necessarie mascherine, distanziamento sociale e sanificazioni”.

 

Con buona pace di coloro che vorrebbero continuare a terrorizzare la popolazione ed etichettare in maniera dispregiativa chi non si sottomette acriticamente alla dittatura sanitaria.

 

 

Per approfondimenti:

Eric Larsen, a capo della Biohax Italia, azienda leader nel campo della produzione di microchip, ha fatto sapere di essere in attesa dell’approvazione delle autorità sanitarie e del Ministero della Salute per poter diffondere la propria tecnologia anche in Italia, ossia per impiantare chip sottocutanei a circa 2500 cittadini tra Milano e Roma. (Video euronews)
Migliaia di svedesi e tedeschi si sono già fatti impiantare microchip sotto la pelle della mano e ora la Biohax è pronta ad allargare il proprio mercato agli altri Paesi europei.

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La dittatura del pensiero unico si riversa nel boicottaggio mediatico e nella persecuzione on line di alcuni pensatori qualora risultino scomodi.

Di certe tematiche non si deve parlare per non urtare alcune minoranze che sembrano aver preso in ostaggio il pensiero critico.

Chi si permette di farlo dovrebbe ritagliarsi una fascetta di tessuto, ricamarci l’iniziale di “E” di eretico, e cucirsela a bella vista sui vestiti. In fondo anche la stregoneria quando venne perseguitata era assimilata all’eresia.

 

Anche essere politicamente scorretti è una forma di eresia: significa rifiutarsi di conformarsi al pensiero unico, dissentire dall’Ortodossia di Stato, forgiarsi una propria opinione alternativa alla maggioranza e difenderla a rischio di, citando Ernst Jünger, “darsi al bosco”.

 

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Aldous Huxley: un metodo farmacologico per “piegare” le menti dei cittadini

 

«Credo che le oligarchie troveranno forme più efficienti di governare e soddisfare la loro sete di potere e saranno simili a quelle descritte in Il mondo nuovo».

 

In una lettera del 21 ottobre 1949, lo scrittore Aldous Huxley scriveva a George Orwell che nel prossimo futuro il potere avrebbe presto attuato «the ultimate revolution»: «inducendo le persone ad amare il loro stato di schiavitù».

Huxley si mostrava convinto che i governanti avrebbero assunto la forma della dittatura “dolce”, in quanto avrebbero trovato nell’ipnotismo, nel condizionamento infantile e nei metodi farmacologici della psichiatria un’arma decisiva per piegare le menti e il volere delle masse. Un’ipotesi che il romanziere inglese avrebbe confermato nel 1958 nel suo saggio Ritorno al mondo nuovo.

Nel 1932 lo stesso Huxley aveva ambientato il suo capolavoro distopico, Il mondo nuovo, in un mondo globale pacificato, in cui una droga di Stato, il soma, controlla lo stato d’animo dei cittadini.

Nella distopia huxleyana non c’è posto per le emozioni forti, per l’amore per l’odio o per il dissenso. Non c’è spazio per l’intuizione, l’arte, la poesia, la famiglia.

Le persone sono arrivate ad amare le proprie catene perché sono state manipolate prima ancora della nascita tramite l’eugenetica e da adulte sono totalmente spersonalizzate e manipolate nel profondo.

In questo modo non è possibile alcuna forma di ribellione. E il potere ha raggiunto il proprio scopo: fare in modo che i cittadini non diano fastidio.

Di fatto per creare una società apparentemente perfetta e pacificata si devono controllare se non addirittura annientare, cancellare, le emozioni, rendendo i cittadini degli zombie.

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Kim Jong-un è tornato a mostrarsi in pubblico per la prima volta in tre settimane, senza apparenti segni di malattia, malgrado le speculazioni sul suo stato di salute che si sono spinte fino a indicarne la morte. (Leggi Ansa)

Nelle ultime settimane, infatti, i media mainstream avevano diffuso la notizia che Kim fosse morto e che la sorella fosse pronta ad assumere la guida del Paese.

Negli ultimi anni i riflettori sono puntati su Kim Jong-un, dipinto dai media come un dittatore spietato e folle con l’obiettivo di distruggere il mondo. Da qua la legittimazione all’inasprimento delle sanzioni e all’uso della forza da parte dell’Occidente.

In questo articolo non entrerò nel merito politico, che non mi interessa analizzare, ma mi limiterò a mostrare le innumerevoli fake news che sono state diffuse negli anni sulla Corea del Nord da quei “professionisti dell’informazione” che si sono autoproclamati gli unici organi affidabili nel campo dell’informazione.

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Il pensiero unico su cui si deve assestare l’opinione pubblica è una forma di “politicamente corretto”, il più possibile allineato a quelli che sono gli obiettivi del potere.

Il totalitarismo democratico ha i suoi cani da guardia, i suoi psicopoliziotti, pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi.

Il dubbio non è consentito ed è pericoloso perché può “contagiare” il resto della popolazione, portando a un calo di consenso.

Il paradosso (potremmo parlare di vero e proprio bipensiero orwelliano) è che i mastini del pensiero unico, gli stessi che abbracciano la creazione di task force e che vorrebbero introdurre disegni di legge per censurare il web da fake news e teorie del complotto, sono i primi a perseguitare in modo violento, volgare e sguaiato i propri avversari, ricorrendo anche a falsità, strategie retoriche e a diffamazioni.
Oggi, purtroppo, il confronto è stato abolito per lasciare spazio al cyber bullismo. Si critica giustamente il bullismo quando nel mirino finiscono gli adolescenti o le minoranze, ma poi ipocritamente lo si usa come il braccio armato del potere per “mettere in riga” chi traligna dalla retta via.

Quando non si sa come attaccare il contenuto di certe ricerche si passa al bullismo vero e proprio con attacchi personali tanto vili quanto violenti o all’inserimento dei nomi dei ricercatori in liste di proscrizione.

Denigrando e perseguitando chi non si allinea al pensiero unico si spera di disincentivarlo dal continuare le proprie ricerche.


Sono metodi di bassa lega usati da tempo e che con l’avvento della tecnologia e dei social funzionano in modo più capillare.

Mettendo pubblicamente alla gogna i ricercatori “scomodi” si introduce di fatto uno psicoreato, un reato d’opinione di orwelliana memoria.

Si crea cioè un frame, una cornice negativa, con cui stigmatizzare un ricercatore e le sue teorie in modo che il biasimo collettivo lo preceda e lo segni inesorabilmente. Si diffonderanno articoli, commenti su forum per confermarne il frame e si modificheranno persino le voci su wikipedia per avvalorare la veridicità delle accuse anche qualora siano assurde.


Il bullismo del potere tramite i suoi cybermastini si sta scatenando in queste settimane con il ricorso al noto argumentum ad hominem: si tratta di una fallacia o tecnica fuorviante che serve per screditare un argomento scomodo spostando l’attenzione dall’argomento della polemica, contestando non l’affermazione in oggetto, ma l’interlocutore stesso.


Invece di confutare l’argomentazione che si vuole negare, si attacca così la fonte o la persona che la sostiene. Si sposta pertanto l’attenziona dalla tematica alla persona che ne parla e la divulga.

Le argomentazioni ad hominem sono manovre diversive che servono a distogliere l’attenzione dall’argomentazione centrale per spostarla e focalizzarla su temi collaterali o estranei alla discussione:

invece di controbattere gli argomenti dell’interlocutore lo si attacca screditandolo, minacciandolo o deridendolo.

Ultimamente si usano le solite etichette per denigrare i pensatori alternativi: si crea un frame, un fermo immagine, per inserire colui che si vuole attaccare in questa cornice, magari dicendo che è un complottista o un ciarlatano.
Si crea cioè una cornice, per esempio quella del “complottista”: tutto quello che vi viene fatto rientrare, vi appartenga o meno non importa, sarà visto dall’opinione pubblica come qualcosa da cui stare alla larga.

Così chi viene incasellato, etichettato, in questa determinata categoria verrà considerato a priori un paranoico cospirazionista e qualunque cosa dica verrà percepito e liquidato come farneticazione.
Il fatto che esistano evidenti eccessi nel campo della controinformazione non significa che tutti i ricercatori debbano essere additati e ridicolizzati come webeti e come degli squilibrati.

La propaganda vuole invece rassicurare l’opinione pubblica del fatto che non sono mai esistiti e non esistono trame occulte né complotti (facilmente smentibile a livello storico) e che chi diffida della ricostruzione ufficiale di alcuni eventi allora sarà un cretino che crede ai rettiliani o alla teoria della terra piatta, e via discorrendo.

Si tratta ovviamente di una tecnica per liquidare e denigrare chi si pone in modo alternativo rispetto alla propaganda e al pensiero unico, in modo da spingerlo a vergognarsi addirittura di aver osato pensare “male”, di essersi cioè macchiato di psicoreato.

“… ci potrebbe essere una stretta sugli spostamenti che invece per tutti gli altri, nella fase 2, saranno consentiti progressivamente”.

 

In un articolo del “Corriere della Sera” a firma di Lorenzo Salvia, ripreso da diversi siti tra cui Dagospia, si legge che si sta pensando di inserire delle “limitazioni alla mobilità” per chi non scaricherà l’App Immuni.


Il tema è delicato, spiega ancora il “Corriere della Sera”, perché incrocia la tutela della privacy e l’efficacia dei controlli decisivi per la Fase 2, cioè per la riapertura del Paese.

Immuni è la App scelta dal governo per la Fase 2 per tracciare i contatti delle persone contagiate: essa si compone di due parti. La prima è un sistema di tracciamento dei contatti che sfrutta la tecnologia Bluetooth.

Per essere utile alla causa dovrà essere scaricata almeno dal 60% della popolazione. Altrimenti i contatti mappati non sarebbero sufficienti a tenere sotto controllo la situazione.

Inizialmente si era detto che scaricarla o meno sarebbe stata una scelta volontaria dei cittadini, ora invece si inizia a far trapelare la possibilità di limitare i movimenti di coloro che, durante la Fase 2, non faranno il download della App e non la utilizerrano.

Insomma, prima ti dicono che sarà su base volontaria, per tranquillizzare coloro che ancora ritengono preziosa la propria privacy, poi ti ricattano costringendoti a scaricarla.

Pena il rischio di rimanere reclusi o comunque limitati nella mobilità.

Ovviamente il tutto avviene come sempre per gradi, incentivando le persone a scaricare la App e costringendo chi non vorrebbe farlo.

Quali sarebbero in concreto queste limitazioni alla mobilità?

Non è chiaro, chiosa Salvia:

 

Cosa si intende di preciso con limitazioni alla libertà di movimento resta ancora da chiarire. Non l’obbligo di restare in casa, non sarebbe possibile.

Ma ci potrebbe essere una stretta sugli spostamenti che invece per tutti gli altri, nella fase 2, saranno consentiti progressivamente.

 

Ma parliamoci chiaro, non si tratta solo di sorveglianza tecnologica, possiamo anche adottare il modello asiatico ma non abbiamo certo l’efficienza della Cina o della Corea del Sud nel gestire i dati e i possibili contagiati.

Insomma, bastone e carota in tempo di paura. Un mix di grande fratello elettronico e dittatura dolce.

Disinformazione, fake news!“.

Così ieri tuonavano alcuni media mainstream, bollando la notizia che il premier britannico Boris Johnson fosse stato ricoverato in terapia intensiva come una fake news diffusa dai soliti russi (leggi qui).

Notizia che poi, invece, si è rivelata vera, smentendo di fatto se stessi… e dimostrando che persino i professionisti dell’informazione faticano a volte a distinguere tra una notizia vera e una falsa.


Ora, rendiamoci conto che costoro vorrebbero arrogarsi il diritto di decidere cosa è vero e cosa è falso, apportare alle notizie certificate sempre da loro un “bollino” e oscurare le altre notizie liquidandole come fake news.

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«Dobbiamo studiare seriamente un’iniziativa istituzionale, forse anche un meccanismo sanzionatorio più efficace per evitare il diffondersi delle fake news. Sono convinto che queste vadano combattute con forza, intervenendo a vari livelli. Ciò significa ad esempio rafforzare il già importante ruolo della Polizia postale nell’individuazione delle “fonti tossiche” e, al tempo stesso, fare leva sull’attività di debunking, di smascheramento delle notizie false».

Lo afferma il sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella, rispondendo, in un’intervista ad Articolo 21, ad alcune domande sulla diffusione delle fake news nel corso dell’emergenza legata al Coronavirus (leggi qua l’intervista).

Sebbene si tratti, per ora, soltanto dell’invito isolato di un sottosegretario, queste parole sono allarmanti, perché indicano una linea comune sempre più chiara, in un periodo in cui i venti di censura sembrano affacciarsi sempre più nella nostra attuale società, prefigurando uno scenario orwelliano (leggi qua il mio articolo).

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Venti di censura spirano sull’Europa attizzando i roghi che i novelli tribunali dell’Inquisizione hanno acceso per perseguitare coloro che diffondono le famigerate “fake news”. Venti che non risparmiano nessun Paese, nemmeno il nostro. E anzi, proprio da noi si sta creando un clima di caccia alle streghe, con tanto di denuncia e tentativo di oscuramento di siti alternativi che non si allineano al pensiero unico.

È toccato a Byoblu, per esempio: il Patto Trasversale per la Scienza ha chiesto alla Procura l’oscuramento della celebre piattaforma on line per aver intervistato il nanopatologo Stefano Montanari (qua il video di risposta di Claudio Messora).

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«In lontananza un elicottero volava a bassa quota sui tetti, si librava un istante come un moscone, poi sfrecciava via disegnando una curva. Era la pattuglia della polizia, che spiava nelle finestre della gente. Ma le pattuglie non avevano molta importanza. Solo la Psicopolizia contava».

(George Orwell, 1984)

Monitoraggio dei contagiati e dei loro contatti attraverso geolocalizzazione; dispiegamento dell’esercito nelle strade; utilizzo dei droni per spiare chi esce di casa senza motivo o si riunisce provocando assembramenti pericolosi per la diffusione del contagio di Covid-19; creazione di gruppi sui social per segnalare i presunti trasgressori.

Con il Parlamento chiuso, lo stato di eccezione sta aprendo a un’area grigia che legittima il ricorso alla sorveglianza tecnologica, creando un pericoloso precedente. Pezzo per pezzo, si rischia di andare verso una deriva autoritaria, come hanno messo in guardia numerosi filosofi, politici e osservatori in questi giorni, come spiegavo in questo articolo.

Ma c’è un altro punto che dovrebbe preoccuparci, ossia la reazione impulsiva, isterica e a tratti fanatica, che stiamo avendo di fronte all’emergenza.

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«Vestitevi come vi pare, fatevi chiamare come vi pare, andate a letto con qualsiasi adulto consenziente: ma cacciare le donne dal loro posto di lavoro per aver affermato che il sesso è una cosa reale?». (Leggi il tweet originale)

La mamma di Harry Potter e di Cormoran Strike, la scrittrice J. K. Rowling, è stata accusata di essere “transfobica”, dopo essersi schierata con un tweet in difesa di Maya Forstater, una ricercatrice che ha perso il posto di lavoro in un think tank per aver sostenuto che il sesso biologico è un dato oggettivo e che le donne transessuali non sono vere donne.

Apriti cielo!

I social si sono scatenati contro l’autrice di Harry Potter e i media la stanno mettendo alla gogna. Pattuglie di psicopoliziotti hanno la bava alla bocca per questo reato di opinione! Continua a leggere

Molti di voi ricorderanno Johnny Mnemonic, la pellicola hollywoodiana del 1995 di Robert Longo con Keanu Reeves, tratta dal racconto visionario dell’esponente più noto del genere cyberpunk, William Gibson. Il protagonista è un contrabbandiere di dati che, grazie a un impianto cibernetico impiantatogli nel cervello, nasconde nella sua testa una quantità impressionante di informazioni che possono essere scaricate solo dall’acquirente, in possesso di password.

Ecco, quello che fino a poco tempo fa poteva sembrare soltanto fantascienza, oggi sta per divenire realtà. L’imprenditore Elon Musk, già CEO di Tesla e SpaceX, attraverso la sua start up Neuralink ha deciso di impiantare elettrodi nel cervello umano (tecnologia “neural lace”) per migliorare la capacità di memoria dell’uomo o per consentirgli un’interazione più diretta con la macchina. Attraverso piccoli elettrodi nel cervello sarebbe quindi possibile caricare e scaricare pensieri e informazioni. (leggi articolo)

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Mitologia, letteratura e folklore ci hanno tramandato alcune figure tragiche punite in seguito a una maledizione: costoro si sono macchiati di una colpa indicibile, rendendosi colpevoli dell’unico peccato che le divinità non possono tollerare né tantomeno perdonare, l’hỳbris (dal gr. ὕβρις).

I greci parlavano di questo antico peccato di onnipotenza che, come mostro in Cyberuomo (Arianna Editrice), il mito del progresso e le ricerche nel campo del post-umano sembrano oggi aver rispolverato: l’atto di tracotanza inteso come superamento del limite consentito che conduce inevitabilmente alla disfatta e alla catastrofe.

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Nella società del politicamente corretto coloro che non si allineano al pensiero unico vengono denigrati, perseguitati e marchiati con etichette diverse tuttavia sempre denigratorie: è un “complottista” o un “fascista”, si dirà se devia dal binario unico, è un “omofobo” se critica il gender, un “retrogrado” o un “neoluddista” se si mostra critico nei confronti dell’esaltazione per tutto ciò che è tecnologico, ecc.

Si coniano sempre nuove etichette in cui incasellare i dissidenti e si far ricorso alla neolingua per rendere sempre più difficile non solo esprimersi liberamente, ma persino pensare.

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«La frutta era l’unico elemento della loro dieta. Quegli esseri del futuro erano vegetariani rigorosi, e per tutto il tempo che rimasi con loro, pur desiderando un pezzo di carne, fui frugivoro anch’io».

È l’anno 802.701. Il Viaggiatore del Tempo ha appena incontrato una delle due razze che popolano il futuro della Terra: si tratta degli Eloi, creature bellissime, fragili, pacifiche, piccole di statura come bambini, dalla pelle color porcellana e simili tra loro anche nel sesso. Conducono una vita di puro divertimento e sono dotati di scarsa immaginazione e intelletto.

Si tratta di una citazione de La macchina del tempo, uno dei racconti più celebri di H.G. Wells, pubblicato per la prima volta nel 1895. Continua a leggere

Dietro ai fatti di cronaca, sportivi e di puro intrattenimento che dominano i Media e la TV, si affacciano le tematiche che da sempre ossessionano l’uomo: sesso, soldi, sport e violenza.

Echeggiano così due regole del celebre decalogo sulla manipolazione sociale, impropriamente attribuito a Noam Chomsky: mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità e stimolare il pubblico a essere compiacente con la mediocrità.

Dietro alla cornice del puro intrattenimento, si trasmette infatti alle nuove generazioni un modello basato sull’ignoranza e la mediocrità.

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«I robot uccideranno un sacco di posti di lavoro, perché in futuro queste mansioni verranno svolte dalle macchine».

Non bisogna essere dei neoluddisti o dei complottisti per iniziare a comprendere che l’automazione sta portando a derive inaspettate (leggi il mio articolo).

A condividere questo allarme è stato Jack Ma, fondatore e principale azionista del sito di commercio on line Alibaba, che da Davos ha denunciato il fatto che l’Intelligenza Artificiale è una “minaccia” per gli esseri umani e che presto i robot cancelleranno milioni di posti di lavoro, «perché in futuro queste mansioni verranno svolte dalle macchine». Macchine che, a differenza dei lavoratori umani, non devono essere pagate, non soffrono la stanchezza, la fame o la depressione.

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Nella cultura del buonismo e del piagnisteo che oggi colonizza l’Occidente è riscontrabile un falso moralismo che è diventato il pilastro del pensiero unico. Il politicamente corretto è divenuta una vera e propria ideologia che riscrive la lingua, indica una morale a cui sottostare e riprogramma le menti e i comportamenti delle masse.

Uno dei problemi di questo processo è che se ti collochi in modo alternativo e critico rispetto alla cultura dominante, vieni ignorato, screditato, sbeffeggiato, persino insultato e minacciato da orde di squadristi che si presentano paradossalmente come “anti-fascisti”. Non solo non esiste nessuna tutela per i liberi pensatori, ma addirittura si sta accreditando l’idea che sia lecito persino insultarli e minacciarli di morte se costoro si “macchiano” di psicoreato, ossia se si permettono di “pensare altrimenti”.

E’ successo in questi giorni al filosofo e saggista Diego Fusaro, che sicuramente non è ignorato dai media, ma ha incassato insulti e minacce di morte in risposta a un suo post contro il movimento delle sardine (vedi l’articolo) e ai suoi successivi interventi in radio (ascolta sua intervista) e sul suo sito (leggi qui).

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Non si arresta la battaglia contro le fake news, anzi si moltiplicano le proposte (e le strumentalizzazioni dei casi di cronaca anche gonfiati ad arte) per censurare il web con lo scopo apparente di reprimere la disinformazione e l’odio.

Il problema esiste, ma le soluzioni proposte sembrano solo un pretesto per censurare la rete, ossia mettere a tacere le voci alternative “scomode”. Al contempo si persiste nel far crescere l’isteria collettiva, strumentalizzando il problema per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica un eventuale provvedimento.

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Negli ultimi giorni è diventato virale il movimento delle sardine che ha organizzato i flash mob contro Matteo Salvini a Bologna e a Modena a cui hanno partecipato migliaia di persone.

Le “sardine” sono il simbolo scelto per protestare contro il leader della Lega, presente in Emilia-Romagna per la campagna elettorale in vista delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020.

A uno sguardo distaccato questo movimento di protesta civile, giovane, non violento che fa ricorso a flahs mob e all’ironia, sembra molto simile alle tecniche utilizzate in precedenti moti di protesta (dalla Serbia alla Primavera araba) che coincidono con quanto teorizzato da Gene Sharp in Come abbattere un regime.

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Siamo nel 2034. La bambole meccaniche di Cartier della serie Eva Futura rappresentano l’oggetto più desiderato dai nuovi ricchi della Rivoluzione informatica: sono state costruite per soddisfare ogni piacere e perversione maschile. Queste robot-schiave, dotate di intelligenza artificiale, hanno però il difetto di infettare, e di conseguenza modificare, il DNA umano: contagiano gli uomini che, a loro volta, contagiano le mogli facendole diventare “ginoidi”, bambole meccaniche. I figli che nasceranno saranno degli ibridi: l’umanità sembra condannata all’estinzione a meno che non si riesca a circoscrivere l’epidemia… Continua a leggere

Ieri sera ricevo un messaggio dell’amico Marco Castelli che mi invita a sintonizzarmi su SkyTg24: stavano infatti trasmettendo uno speciale sulla KrioRus, la prima compagnia crionica russa, fondata nel 2005 come progetto da un’organizzazione non governativa del movimento transumanista russo.

KrioRus è l’unica compagnia crionica in Europa, che possiede un proprio criostoraggio (vedi il sito).

A essere in vendita, sono i sogni. Un sogno in particolare: sconfiggere la morte e vivere per sempre. La KrioRus, come la collega più famosa, la Alcor, vende l’illusione dell’immortalità.

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«La guerra è pace, La libertà è schiavitù, L’ignoranza è forza».

Questi sono i tre slogan che campeggiano stampati sulla facciata del palazzo di forma piramidale in cemento bianco in cui si trova la sede del Ministero della Verità orwelliano: è al suo interno, nell’Archivio, che lavora il protagonista di 1984, Winston Smith.

Il Miniver (in neolingua) si occupa dell’informazione e della propaganda e ha il compito di produrre tutto ciò che riguarda l’informazione: promozione e diffusione dei precetti del partito, editoria, programmi radiotelevisivi, letteratura. Questo ente si occupa anche della rettifica di questo materiale, in un’opera capillare e costante di riscrizione delle fonti. Continua a leggere

Nella recente intervista di Gianluca Borrelli a Walter Quattrociocchi, direttore del Laboratorio di Dati e Complessità e docente di Social Network Analysis all’Università Ca’ Foscari di Venezia, uno dei massimi esperti internazionali di analisi dati e reti sociali, viene confermato indirettamente quanto da me sostenuto nel mio saggio Fake news (Arianna Editrice).

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| Censurare le tematiche scomode e riprogrammare le coscienze |

Quando si vuole censurare una tematica scomoda (per es. Bibbiano di cui sono rimasti in pochissimi a parlare) o far penetrare nel tessuto sociale un’idea impensabile (avete presente la Finestra di Overton?), il Potere sguinzaglia i suoi psicopoliziotti applicando le seguenti regole che possiamo dividere in due macrofasi:

  1. la prima di pura censura violenta,
  2. la seconda di “riprogrammazione” dell’opinione pubblica in cui si convertono per gradi le masse all’idea dominante (anche se questa inizialmente era impensabile e inaccettabile).

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Ne parlo da anni, ed eccolo qua: contro l’evasione si propone di tassare i movimenti in denaro contante e, in parallelo, agevolare chi usa mezzi tracciabili come carte o bancomat.

Contro l’evasione fiscale si vuole abolire il contante

L’idea che si sta diffondendo nell’opinione pubblcia è che l’evasione fiscale sia la piaga del nostro Paese e che l’unico modo per combatterla sia abolire progressivamente il contante e, di conseguenza, dire addio alla privacy.

Si vuole che ogni nostro acquisto venga monitorato da un Grande Fratello elettronico che conosca tutto di noi in tempo reale: posizione, acquisti, tendenze, ecc. L’Agenzia delle Entrate saprà presto tutto di noi e delle nostre spese.

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Entro cinque anni gli scienziati dell’Università Tecnologica di Eindhoven (Paesi Bassi) metteranno a punto un prototipo funzionante di utero artificiale, una super incubatrice che, secondo quanto scrive il Guardian dovrebbe offrire risultati rivoluzionari per i bimbi nati prematuri, anche prima della 22esima settimana (ovvero 5 mesi e mezzo).

I ricercatori hanno ricevuto 2,9 milioni di euro dalla UE per preparare il macchinario. Il finanziamento proviene dal programma UE Horizon 2020. A differenza delle incubatrici attuali, il prototipo avvolgerà il bambino nel liquido e gli fornirà ossigeno e nutrimento tramite una placenta artificiale che sarà collegata al loro cordone ombelicale, ricreando l’esperienza di essere nel ventre materno, battito del cuore incluso.

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In un prossimo futuro gli esseri umani possono nascere con un preciso corredo genetico, selezionato dai genitori su un gruppo di cellule embrionali controllate. Tramite l’intervento dell’eugenetica, si possono scegliere e prevedere in anticipo le future condizioni fisiche e di salute dei nascituri, che vengono quindi generati artificialmente senza imperfezioni.

La società risulta di fatto divisa in due caste: i “validi”, cioè esseri dal corredo genetico perfetto, che vengono scelti per ricoprire i ruoli più prestigiosi della comunità e ambiscono al comando, e i “non validi”, ovvero le persone nate coi loro genomi naturali, destinati allo svolgimento dei lavori più umili e relegati ai margini della vita sociale.

È l’ambientazione distopica del film di fantascienza Gattaca – La porta dell’universo, celebre pellicola biopunk di Andrew Niccol, con Ethan Hawke, Jude Law e Uma Thurman.

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«Conosco bene tutti gli argomenti contro la libertà di pensiero e di parola, gli argomenti che affermano che non può esistere e quelli che dicono che non dovrebbe esistere. Rispondo semplicemente che non mi convincono e che la nostra civiltà nell’arco di quattrocento anni si è basata sull’avviso opposto».

Siamo nel 1972: con trent’anni di ritardo viene pubblicato il breve saggio La libertà di stampa di George Orwell a cui appartiene questa citazione. Esso era stato scritto come introduzione al romanzo La Fattoria degli Animali, composto tra il 1943 e il 1944, ma pensato durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), a cui l’autore aveva preso parte tra le fila del Partito Operaio di Unificazione Marxista prima che questo venisse sciolto. In quegli anni Orwell fu testimone del sabotaggio del governo proletario a opera del Partito Comunista spagnolo, supportato militarmente e finanziariamente dall’URSS di Stalin. Quell’esperienza, raccontata nel 1938 in Omaggio alla Catalogna, lo condusse a una graduale disillusione che avrebbe poi rielaborato nello scenario distopico 1984: qua la forma di dittatura sadica e cupa immaginata dall’autore è applicabile a tutte le società dove si combattono guerre perpetue, i Media sono in mano a pochi, la popolazione è controllata da misure draconiane e il passato viene falsato e modificato a piacimento grazie al Ministero della Verità (il Miniver in neolingua).

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Quello dei microchip sottocutanei è uno dei temi più delicati e controversi nel campo della controinformazione.

Per anni è stato un argomento tabù, tanto scivoloso quanto pericoloso: chi ne parlava veniva screditato, deriso e additato come un pazzo visionario.

Ne parlo da circa 15 anni, molti colleghi da ben prima di me, e ne ho scritto molto, dedicando poi ampio spazio al tema due anni fa in Cyberuomo (Arianna Editrice), dopo averne già scritto e parlato in video, articoli e nel mio primo libro, dieci anni fa.

La tematica è infatti sempre stata trattata come una paranoia “cospirazionista”: come succede spesso in questo settore, le notizie scomode che inizialmente vengono liquidate come “bufale” si confermano poi “vere” dopo qualche anno, dando ragione a quei ricercatori che nel frattempo, come delle novelle Cassandre, sono stati screditati come dei pazzi visionari.

Ma a noi non interessa “avere ragione”, quanto sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche delicate, fare informazione, immunizzare le persone dalle balle e dalle menzogne del sistema. Eppure si pensava allora e alcuni lo credono ancora oggi, che i microchip fossero e siano una “balla”.

Nulla di nuovo, insomma. L’idea era che i chip fossero una bufala (come tanti altri argomenti scomodi) e che non esistesse nessun piano segreto per impiantarli nella popolazione (o spingere i cittadini a farseli impiantare volontariamente) per controllarla. Chi provava a proporre un dibattito era liquidato come un visionario.

Negli anni la tematica è tornata più volte alla ribalta, venendo sempre tacciata come l’emblema delle paranoie cospirazioniste.

Eppure…

Oggi, invece, i media mainstream hanno sdoganato la tematica, rendendola, non solo “reale” ma persino alla moda: “Perché non farsi impantare un chip?”, è il messaggio che filtra da sempre più canali di massa, “è comodo!”. E’ innovativo, è segno di progresso.

Si fa leva infatti sulla comodità del dispositivo e sulle implicazioni legate per esempio all’identità digitale o alla lotta contro l’evasione fiscale.

Come già documentavo in Cyberuomo, dalla Svezia sta dilagando in tutto l’Occidente una nuova tendenza che porta all’estremo l’abolizione del contante e l’utilizzo della tecnologia: farsi impiantare un microchip sottopelle contenente password, Pin, dati delle carte di credito, abbonamenti ai mezzi pubblici, biglietti del treno, chiavi di accesso a musei o altri edifici. O anche per evitare di dover usare le chiavi dell’auto (leggi mio articolo).

Inoltre, come spiegavo in un mio precedente articolo  recentemente la Biohax ha deciso di sbarcare con il mercato dei sensori biometrici anche in Italia e sta aspettando l’approvazione delle autorità sanitarie e del Ministero della Salute per impiantare chip sottocutanei a circa 2500 cittadini tra Milano e Roma. (Video euronews)

 

La progressiva diffusione dei chip non sta avvenendo ovviamente in modo coercitivo (l’obbligo spingerebbe la popolazione a ribellarsi) ma incentivando le persone a farseli impiantare in modo volontario.

 

Si vuole diffondere l’idea nell’opinione pubblica che un chip sottocutaneo sia utile e comodo e che con esso si possano saltare le code alle casse, utilizzare la propria mano come badge ed eliminare password, tessere e contanti. E ovviamente contrastare l’evasione fiscale.

Ora è evidente che si stia abituando per gradi l’opinione pubblica ad accettare una nuova modalità per il controllo e la sorveglianza tecnologica, perché il chippaggio apre a conseguenze e modalità che non sono state adeguatamente prese in considerazione e discusse.

E tutto ciò rientra anche nel campo del transumanesimo, quel movimento culturale che, nelle sue molteplici correnti,  aspira a rivoluzionare, potenziare e far evolvere consapevolmente l’essere umano, attraverso la scienza e la tecnologia (genetica, medicina rigenerativa, biohacking, smart drugs, nanotecnologia, robotica, crionica, mind uploading, ecc.).

Chi vi aderisce condivide una visione meccanicistica dell’esistenza umana per cui l’uomo si ritiene obbligato a continuare la propria evoluzione come se fosse una macchina o un dispositivo da aggiornare. La filosofia di fondo del transumanesimo è la liberazione dell’uomo dalla biologia e dalla Natura, il vero nemico da contrastare e abbattere.

Per i transumanisti esiste una dicotomia tra la mente e il corpo: l’attività mentale è di fatto riducibile a dati informatici, scaricabili su altri supporti artificiali, che permettono di andare oltre la durata biologica della vita; in questa visione scientista la svalutazione del corpo porta alla progettazione di esoscheletri meccanizzati interscambiabili o all’ibridazione uomo-macchina (leggi mio articolo sul progetto Neuralink di Elon Musk).

Di questo e di molto altro ho parlato in una lunga intervista per Contro.tv con il regista Massimo Mazzucco, a cui rimando per ulteriori approfondimenti (qua sotto il link per vedere il video).

E’ stata l’occasione per parlare con uno dei big della controinformazione di chip, transumanesimo ma anche dell’attuale emergenza sanitaria: per offrire al pubblico punti di vista controcorrente e invitare a meditare sui rischi distopici che la nostra società sta prendendo.

Chiediamoci:

 

è davvero questo il futuro che vogliamo, oppure siamo stati gradualmente indottrinati da cinema, letteratura, media e TV a desiderare simili scenari dopo averli introiettati come “fantastici”?

 

Per approfondimento, guarda il video per contro.tv con Massimo Mazzucco:

 

“L’esperimento” titola in altro a sinistra l’articolo del Corriere della Sera a firma di Valentina Santarpia, che parla della iniziativa di una scuola dell’infanzia paritaria per l’utilizzo da parte dei bambini di braccialetti elettronici.

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