Enrica Perucchietti – Blog

Giornalista e scrittrice. Ciò che le TV e i media non ti dicono

Quello che si delinea dinanzi ai nostri occhi è uno scenario distopico che ricorda da vicino quanto immaginato da George Orwell, nel lontano 1948, in 1984.

Il Miniamor

Sparsi per Londra, svettano per aspetto e dimensioni, tra i tetti degli altri edifici, le sedi dei quattro Ministeri che compongono l’intero apparato governativo del Partito. Sono il Ministero della Verità (Miniver), il Ministero della Pace (Minipax), il Ministero dell’Amore (Miniamor) e il Ministero dell’Abbondanza (Miniabb).

Tra tutti, il palazzo del Miniamor è quello che incute un vero e proprio terrore: privo di finestre e circondato da filo spinato e nidi di mitragliatrici, è pattugliato giorno e notte da guardie in divisa nera munite di lunghi manganelli.

La funzione del Ministero dell’Amore è quella di «mantenere la legge e l’ordine pubblico», ossia controllare i membri del Partito e convertire gli eventuali dissidenti alla sua ideologia. Esso è dotato della famigerata psicopolizia, che interviene in ogni situazione sospetta di eterodossia e di deviazionismo (lo psicoreato): non passa giorno che gli psicopoliziotti non smascherino spie e sabotatori.

È compito del Miniamor anche plasmare le menti dei membri e dei cittadini in tutti i modi possibili per garantire, insieme alla solerte opera del Miniver che altera l’informazione e falsifica la storia, l’infallibilità del regime.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di 1984, equiparando il capolavoro distopico orwelliano alla realtà che stiamo vivendo. Per esempio, la costituzione di task force sulle fake news è stata intesa come l’anticamera del Ministero della Verità orwelliano.

Non basta a quanto pare, però, la furia censoria che è divenuta conclamata nell’ultimo anno e mezzo con l’oscuramento di video e contenuti non allineati al Sistema.

Oggi si aggiunge un tassello in più, perché stiamo assistendo a un passo successivo, la creazione di un Ministero dell’Amore con la sua psicopolizia.

Ce ne dà conto Giornalettismo che racconta del nuovo progetto firmato Paolo Tuttotroppo con la collaborazione di Claudio Michelizza e di ParadoxOrama per portare all’attenzione della polizia i reati di chi fa disinformazione.

Leggiamo nell’articolo:

«Se l’iniziativa avrà successo, quindi, l’avvocato e i debunker hanno già in mente una serie di personaggi tra quelli che hanno maggiore visibilità da segnalare e rendere protagonisti di dossier che verranno inviati direttamente alle procure».

I dossier prodotti dovrebbero quindi essere frutto di “indagini” e arrivare sulle scrivanie dei poliziotti che dovranno “solamente leggerli”. I primi malcapitati su cui si è posato l’occhio del Grande Fratello sarebbero i coniugi Gatti-Montanari.

Dalla censura alla psicopolizia

La censura sta erodendo progressivamente il pluralismo, svuotando il dibattito politico, etico e sociale, legittimando il silenziamento delle voci dissenzienti. Si stanno abituando i cittadini ad accettare gradualmente provvedimenti che fino a qualche anno fa sarebbero stati impensabili e avrebbero suscitato reazioni forti e sollevazioni popolari.

Ancora prima che entrassimo nella spirale della pandemia, nel 2018 con la prima edizione di Fake news già avevo immaginato e previsto uno scenario simile, che si è concretizzato di recente nell’apatia di molti, terrorizzati dalla pandemia e distratti dai dispositivi governativi basati sul biopotere e la biosicurezza.

In questi mesi, taluni sono arrivati a parlare di “censura costruttiva”, spiegando come in una situazione di emergenza sanitaria sia “etico” e doveroso oscurare i contenuti “pericolosi” per salvaguardare la collettività dal rischio di disinformazione.

Molti si sono fatti convincere da questo argomento, arrivando a sostenere che sia lecito silenziare le voci controcorrente che dissentono e mettono a rischio la liturgia del pensiero unico, discostandosi per esempio dai “dati ufficiali” e dalla scienza. Scienza, però, che viene piegata al biopotere e che insieme ai suoi dogmi è finita per assumere un’aura di religione con i suoi feticci e i suoi culti superstiziosi, divenendo l’esatto opposto di quello che dovrebbe essere: un culto dogmatico, infallibile, inviolabile, manicheo. Una scientocrazia.

Non ci si rende conto che le limitazioni alle nostre libertà fondamentali, quali il diritto di informazione e di espressione, che vengono adottate oggi in uno stato di eccezione, non verranno sospese una volta che l’emergenza sarà finita. Si tratta semmai di un processo strisciante, subdolo, che sta avvenendo per gradi, da anni, in modo che la gente non si renda conto di essere sottoposta a manipolazione.

Ora si sta andando ancora oltre la censura, in un clima che riecheggia la Stasi e il Miniamor orwelliano.

Improvvisati inquisitori che con altrettanto improvvisati delatori creano dossier su coloro che osano esprimere un pensiero critico o esporre le proprie ricerche (siano esse corrette o no fa parte del pluralismo e della democrazia il diritto di esprimerle) nella speranza che intervenga la psicopolizia a impedire a costoro di esprimersi liberamente.

Come ripeto da anni,

la battaglia contro le fake news, infatti, è una moderna caccia alle streghe che ha un duplice scopo: da un lato portare alla creazione di una informazione certificata, dall’altro ottenere la legittimazione morale della censura. Perché il peccato che il potere non può tollerare è che i cittadini osino pensare in maniera critica, diffidando dal catechismo del pensiero unico e che in questo modo, smettano di farsi manipolare controllare.

Per approfondimenti:

Enrica Perucchietti, Fake news, Arianna Editrice.

Guai per gli scacchisti su YouTube: “bianco” e “nero” sono parole proibite.

Il 28 giugno scorso YouTube aveva bloccato l’account di Antonio Radic, meglio noto come Agadmator, per contenuti offensivi.

Il blocco della scorsa estate è durato solo 24 ore ma YouTube non ha fornito spiegazioni in merito all’oscuramento dell’account.

Il problema è che Radic è lo scacchista più seguito al mondo: il suo account conta ben un milione di iscritti. Nei suoi video di commento alle partite, vengono citati ovviamente due termini che ormai sono diventati tabù: “bianco” e “nero”. Continua a leggere

Siamo nel 2022. La Terra è devastata dall’inquinamento e dalla sovrappopolazione. La vegetazione non esiste quasi più e il clima è torrido. New York è un formicaio di fatiscenti palazzi di cemento in cui sono pressati 40 milioni di abitanti. La situazione è drammatica: la società è in completa rovina. La disoccupazione è dilagante, il crimine in costante aumento.

La diseguaglianza sociale è drammatica: la società è divisa tra ricchi e poveri. Acqua e cibo sono infatti razionati. I poveri devono nutrirsi del Soylent verde (la parola è la contrazione tra “soy beans” e “lentis”: semi di soia e lenticchie), mentre i ricchi possono ancora assaporare i sempre più introvabili cibi genuini. La carne, più unica che rara, è venduta a prezzi proibitivi.

Il cibo è infatti il problema maggiore dell’umanità. L’unica risorsa rimasta solo le gallette nutritive del Soylent verde. La pubblicità afferma che il plancton è la materia prima del Soylent verde, l’ultimo prodotto della ditta Soylent.

Il protagonista è un poliziotto, Thorn, che scoprirà a sue spese che quelle gallette che dovrebbero servire per sfamare tutta la popolazione, sono in realtà composte con i cadaveri umani…   

La Soylent esaurita la scorta di plancton confeziona infatti il cibo con la carne dei cadaveri.

È la trama del film distopico di Richard Fleischer 2022: i sopravvissuti, interpretato da Charlton Heston. Uscito nelle sale nel 1973, è tratto liberamente dal romanzo distopico di Harry Harrison, Largo! Largo! del 1966 (il romanzo si ambienta nel 1999).

Ebbene proprio come nel romanzo di Harrison, Bill Gates ha deciso che nel futuro i cittadini dei Paesi ricchi dovrebbero mangiare carne sintetica per combattere il riscaldamento climatico:

«I Paesi ricchi dovrebbero mangiare carne sintetica al 100 per cento. Ci si può abituare alla differenza di gusto, senza contare che, nel tempo, verrà resa ancora più appetitosa».

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I novelli inquisitori fiutano l’odore dell’eresia con lo stesso entusiasmo con cui un segugio fiuta i tartufi. Chiunque osi dissentire dal pensiero unico è un empio che va perseguitato, punito e bandito. Persino oscurato in una forma moderna di damnatio memoriae. Nel diritto romano la damnatio memoriae indicava infatti la cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una persona, come se essa non fosse mai esistita.

Qualcosa di simile accade oggi, in uno scenario orwelliano, in cui la moderna psicopolizia si occupa di perseguitare e oscurare chiunque non si macchi di “psicoreato”, con l’evidente obiettivo di cancellarne la voce e la memoria.

Le deviazioni dall’ortodossia vengono represse e punite, incentivando metodi sempre nuovi da far penetrare gradualmente nell’opinione pubblica come una panacea sociale. Chi non accetta i diktat dell’Ortodossia e non si sottomette alla liturgia del pensiero unico, finisce per essere etichettato come un pericoloso psicocriminale che va censurato ed espulso dalla comunità (per ora social) in modo che con la sua condotta “critica” non rischi di contagiare il resto della popolazione.

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Una indagine condotta pochi giorni dopo l’11 settembre, di cui oggi ricorre l’anniversario, aveva rilevato che nove americani su dieci dichiaravano di soffrire di sintomi da stress post-traumatico.

Il terrore generalizzato, indotto dagli attentati, produsse un’opportunità per il governo Bush che ne approfittò su diversi fronti: da un lato legittimare la Guerra al Terrore, cioè l’ennesima guerra “preventiva” che in un altro momento non sarebbe stata accettata dall’opinione pubblica, grazie a questo assicurarsi un’impresa volta al profitto e alla privatizzazione del governo  (il “capitalismo dei disastri”), dall’altra restringere la privacy introducendo il Patriot Act.

Come mostrava Naomi Klein in Shock Economy, quando un Paese è impantanato in una crisi economica e sociale, esistono squadre di “tecnici” (io li definirei sciacalli) che impongono le loro dottrine economiche sulla base di promesse sempre disattese.

Volutamente disattese.

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La dittatura del pensiero unico si riversa nel boicottaggio mediatico e nella persecuzione on line di alcuni pensatori qualora risultino scomodi.

Di certe tematiche non si deve parlare per non urtare alcune minoranze che sembrano aver preso in ostaggio il pensiero critico.

Chi si permette di farlo dovrebbe ritagliarsi una fascetta di tessuto, ricamarci l’iniziale di “E” di eretico, e cucirsela a bella vista sui vestiti. In fondo anche la stregoneria quando venne perseguitata era assimilata all’eresia.

 

Anche essere politicamente scorretti è una forma di eresia: significa rifiutarsi di conformarsi al pensiero unico, dissentire dall’Ortodossia di Stato, forgiarsi una propria opinione alternativa alla maggioranza e difenderla a rischio di, citando Ernst Jünger, “darsi al bosco”.

 

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“Contiamo di realizzare questi dispositivi entro un anno. In pratica, si effettua un foro nel cranio, che lascia solo una piccola cicatrice, e si inserisce il dispositivo. Questa tecnologia potrebbe evolversi in una sorta di interfaccia cerebrale completa, che consentirebbe la ‘simbiosi’ tra uomo e AI. Non abbiamo ancora iniziato ad effettuare i test sugli umani, ma non credo che aspetteremo molto. Potremmo essere in grado di impiantare un collegamento neurale in una persona in meno di un anno”.

 

Così l’imprenditore visionario Elon Musk, già CEO di Tesla e SpaceX, è tornato a parlare della sua start up Neuralink[1], fondata nel luglio 2016[2] , e della tecnologia per ibridare l’uomo con le macchine, durante un’intervista fatta con il commentatore Joe Rogan.

L’interfaccia uomo-computer è il punto di svolta della ricerca che il magnate americano ha avviato nel 2016.

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Il pensiero unico su cui si deve assestare l’opinione pubblica è una forma di “politicamente corretto”, il più possibile allineato a quelli che sono gli obiettivi del potere.

Il totalitarismo democratico ha i suoi cani da guardia, i suoi psicopoliziotti, pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi.

Il dubbio non è consentito ed è pericoloso perché può “contagiare” il resto della popolazione, portando a un calo di consenso.

Il paradosso (potremmo parlare di vero e proprio bipensiero orwelliano) è che i mastini del pensiero unico, gli stessi che abbracciano la creazione di task force e che vorrebbero introdurre disegni di legge per censurare il web da fake news e teorie del complotto, sono i primi a perseguitare in modo violento, volgare e sguaiato i propri avversari, ricorrendo anche a falsità, strategie retoriche e a diffamazioni.
Oggi, purtroppo, il confronto è stato abolito per lasciare spazio al cyber bullismo. Si critica giustamente il bullismo quando nel mirino finiscono gli adolescenti o le minoranze, ma poi ipocritamente lo si usa come il braccio armato del potere per “mettere in riga” chi traligna dalla retta via.

Quando non si sa come attaccare il contenuto di certe ricerche si passa al bullismo vero e proprio con attacchi personali tanto vili quanto violenti o all’inserimento dei nomi dei ricercatori in liste di proscrizione.

Denigrando e perseguitando chi non si allinea al pensiero unico si spera di disincentivarlo dal continuare le proprie ricerche.


Sono metodi di bassa lega usati da tempo e che con l’avvento della tecnologia e dei social funzionano in modo più capillare.

Mettendo pubblicamente alla gogna i ricercatori “scomodi” si introduce di fatto uno psicoreato, un reato d’opinione di orwelliana memoria.

Si crea cioè un frame, una cornice negativa, con cui stigmatizzare un ricercatore e le sue teorie in modo che il biasimo collettivo lo preceda e lo segni inesorabilmente. Si diffonderanno articoli, commenti su forum per confermarne il frame e si modificheranno persino le voci su wikipedia per avvalorare la veridicità delle accuse anche qualora siano assurde.


Il bullismo del potere tramite i suoi cybermastini si sta scatenando in queste settimane con il ricorso al noto argumentum ad hominem: si tratta di una fallacia o tecnica fuorviante che serve per screditare un argomento scomodo spostando l’attenzione dall’argomento della polemica, contestando non l’affermazione in oggetto, ma l’interlocutore stesso.


Invece di confutare l’argomentazione che si vuole negare, si attacca così la fonte o la persona che la sostiene. Si sposta pertanto l’attenziona dalla tematica alla persona che ne parla e la divulga.

Le argomentazioni ad hominem sono manovre diversive che servono a distogliere l’attenzione dall’argomentazione centrale per spostarla e focalizzarla su temi collaterali o estranei alla discussione:

invece di controbattere gli argomenti dell’interlocutore lo si attacca screditandolo, minacciandolo o deridendolo.

Ultimamente si usano le solite etichette per denigrare i pensatori alternativi: si crea un frame, un fermo immagine, per inserire colui che si vuole attaccare in questa cornice, magari dicendo che è un complottista o un ciarlatano.
Si crea cioè una cornice, per esempio quella del “complottista”: tutto quello che vi viene fatto rientrare, vi appartenga o meno non importa, sarà visto dall’opinione pubblica come qualcosa da cui stare alla larga.

Così chi viene incasellato, etichettato, in questa determinata categoria verrà considerato a priori un paranoico cospirazionista e qualunque cosa dica verrà percepito e liquidato come farneticazione.
Il fatto che esistano evidenti eccessi nel campo della controinformazione non significa che tutti i ricercatori debbano essere additati e ridicolizzati come webeti e come degli squilibrati.

La propaganda vuole invece rassicurare l’opinione pubblica del fatto che non sono mai esistiti e non esistono trame occulte né complotti (facilmente smentibile a livello storico) e che chi diffida della ricostruzione ufficiale di alcuni eventi allora sarà un cretino che crede ai rettiliani o alla teoria della terra piatta, e via discorrendo.

Si tratta ovviamente di una tecnica per liquidare e denigrare chi si pone in modo alternativo rispetto alla propaganda e al pensiero unico, in modo da spingerlo a vergognarsi addirittura di aver osato pensare “male”, di essersi cioè macchiato di psicoreato.

«Cercare ed individuare i terroristi di Daesh capaci di armarsi di un coltello e di commettere gesti così efferati, è un po’ come dare la caccia agli asintomatici. Non manifestano intenzioni, non sembrano apparentemente capaci di colpire, ma sono invece in grado di diffondere il virus del male, lasciandoci pochissimo spazio per difenderci individuandoli». (Leggi l’articolo)

 

Così Carlo Biffani, esperto di terrorismo e sicurezza, intervistato da Agi sull’attentato di Nizza di giovedì 29 ottobre e su quelli avvenuti ad Avignone e Gedda, ha equiparato i terroristi islamici agli asintomatici.

Entrambi sono difficili da individuare e tracciare ha spiegato al giornalista.


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