Enrica Perucchietti – Blog

Giornalista e scrittrice. Ciò che le TV e i media non ti dicono

L’istituzione della task force contro le fake news sta sollevando accese polemiche e continui confronti con il Miniver orwelliano.

Da Nicola Porro a Gianluigi Paragone, da Diego Fusaro a Giorgia Meloni, da Pino Cabras a Francesco Giubilei, sono sempre più numerose (ma ancora troppo poche) le voci critiche di giornalisti e politici riguardo al rischio di assistere alla creazione di un tribunale dell’Inquisizione, come denunciavo già due anni fa in Fake news (Arianna Editrice).

La battaglia mainstream contro le fake news, sfruttando l’attuale emergenza sanitaria, sta infatti portando alla costituzione di un moderno tribunale dell’Inquisizione e sembra riproporre una nuova forma di Maccartismo 2.0: si tratta cioè di una articolata caccia alla streghe che ha come obiettivo la repressione del dissenso. Essa strumentalizza il dilagare di bufale sul web per portare all’approvazione di una censura della Rete e più in generale dell’informazione alternativa.

Non si capisce come si concretizzerà questo “contrasto” alle fake news ma è chiara la connotazione politica di questa unità speciale che non è stata pensata in maniera trasversale e che rischia in tal modo, di inficiare sul nascere l’imparzialità dell’attività di smascheramento delle cosiddette “fonti tossiche”.

Questa task force, come tutte le iniziative simili che l’hanno preceduta e che seguiranno, ha come obiettivo non di garantire una informazione migliore, ma la creazione di un’informazione certificata accompagnata da un’attività censoria: solo le notizie con il bollino saranno considerate tali. Tutte le altre potranno essere addirittura espulse dal web e con il pretesto delle fake news si potranno oscurare pagine social, siti e blog di pensatori scomodi, introducendo di fatto la censura.

Dopo il botta e risposta tra la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e il sottosegretario Martella, anche il senatore e giornalista Gianluigi Paragone si è scatenato contro questa iniziativa:

«Dopo la privazione delle libertà personali (che accettiamo), volete toglierci anche la libertà di espressione?».

Il rischio di legittimare un novello Ministero della Verità che vigili su cosa è vero e cosa no e che silenzi le opinioni “dissidenti” si fa concreto, così come il rischio che da ciò derivi l’introduzione strisciante di una forma di psicoreato orwelliano

Come già sostenevo in Fake news (Arianna Editrice) il giornalismo continuerà a essere fondamentale per orientarci nel mare delle fonti e delle notizie che rischia quotidianamente di soverchiarci, ma dobbiamo essere anche noi ad affinare le nostre capacità di discernimento e di senso critico, che si tratti di informazioni che vengono dai media mainstream o dalla rete. Dobbiamo essere noi i primi a immunizzarci da bufale e fake news, siano esse provenienti dal sistema o da siti farlocchi. Non possiamo affidarci in modo passivo e acritico a un’autorità o seguire con cieca obbedienza qualunque notizia ci venga trasmessa da un media certificato.

Dobbiamo inoltre essere consapevoli di essere immersi nella propaganda e che se non vogliamo ritrovarci in una società distopica come quelle immaginate da saggisti e romanzieri visionari, siamo ancora in tempo a “svegliarci” e riappropriarci del nostro futuro, sapendo che citando ancora Orwell, «vedere ciò che si trova davanti al nostro naso richiede un impegno costante».

Anche la libertà, come la verità, richiede un impegno costante.

E oggi sono a rischio entrambe. Perché siamo disorientati dalla paura e annebbiati dall’emotività.