Enrica Perucchietti – Blog

Giornalista e scrittrice. Ciò che le TV e i media non ti dicono

46 neonati ammassati in una grande nursery improvvisata nella hall dell’Hotel Venezia a Kiev, come in una fabbrica fordiana.

Le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono state pubblicate sul sito della BioTexCom, agenzia leader nel settore della riproduzione assistita e della maternità surrogata, di cui ho ampiamente trattato nel mio libro Utero in affitto (Uno Editori).

Come riportato dal “Corriere della sera” (leggi articolo) e poi ripreso da “il Giornale” (leggi articolo), i piccoli sono venuti al mondo su commissione, partoriti da gestanti a pagamento e a causa del lockdown sono stati abbandonati in una specie di limbo, finché i committenti (non chiamateli genitori!) non potranno andare a ritirarli.

In questi mesi l’emergenza sanitaria ha fatto cadere diverse maschere mostrando il vero volto di personaggi, agenzie, organizzazioni, ecc. dietro alla patina di buonismo e i falsi mantra di solidarietà che vengono sbandierati ai quattro venti.

Bisogna essere brutali:

ci troviamo di fronte alla fabbricazione e alla compravendita di neonati.

Mercato di ovuli, selezione degli embrioni, reificazione del corpo femminile e mercificazione dei bambini: sono questi i servizi offerti da questo genere di agenzie. Agenzie che rientrano all’interno di un business mondialista che sfrutta il corpo femminile come se fosse un forno e fabbrica neonati per rivenderli dietro compenso.

Vedere immagini simili dovrebbe spingerci a riflettere sulla deriva che ha preso la nostra società, sui possibili scenari futuri e su come intervenire per limitare i danni.

Le immagini hanno destato lo sdegno dell’opinione pubblica e in particolare dei movimenti femministi.

La Rete italiana contro l’utero in affitto ha inviato una lettera all’ambasciatore italiano in Ucraina, Davide La Cecilia, per chiedere

«di verificare le effettive condizioni di salute dei bambini e quanti e chi siano gli italiani clienti di BioTexcCom e di altre cliniche».

Il business dietro la maternità surrogata è infatti considerevole quanto drammatico e dovrebbe spingere l’opinione pubblica a riflettere sulle derive dell’attuale politica.

Dietro questo mercato globale si nascondono spesso tragedie umane, morti, abbandoni, condizioni di vita devastanti che spingono donne disperate ad accettare di affittare il proprio corpo per fare figli per i ricchi.

Più ci spostiamo nei Paesi poveri e in via di sviluppo e meno le donne guadagnano per la gestazione.

Sono tutte donne disperate, molte di loro hanno già diversi figli e lo fanno esclusivamente per denaro.

Accettano il contratto legale che le costringe alla fine delle quaranta settimane, se il figlio è sano (altrimenti sono costrette ad abortire o a tenerselo senza soldi ovviamente), a cederlo ai genitori acquirenti.

In Oriente il servizio costa molto meno perché le madri surroganti non hanno una copertura sanitaria e rischiano persino la vita (ma questo è un problema collaterale per chi “compra” un bambino se si può risparmiare).

Nel subcontinente indiano, infatti, la situazione delle madri surroganti era talmente drammatica che la camera bassa indiana ha approvato nell’agosto 2019 il provvedimento che vieta in tutto il Paese la maternità surrogata a fini commerciali (leggi articolo).

La legge autorizza la gestazione surrogata solo nel caso di scelta altruistica, tra persone della stessa famiglia, e solo per le coppie di indiani sposate da almeno 5 anni che non abbiano altri figli viventi.

Il provvedimento mette quindi fuorilegge le oltre 3000 cliniche private che dal 2001 prosperavano in tutto il Paese, con coppie in cerca di figli che arrivavano da tutto il mondo, e un giro d’affari di milioni di dollari.

Non basta perché le cliniche hanno già iniziato negli ultimi mesi a spostarsi negli altri Paesi, ma è comunque un inizio.

Le donne firmano contratti tra le parti che non prevedono nessun supporto medico o economico in caso di malori post parto e vengono spinte a parti cesarei per non mettere a rischio la nascita dei bambini. In alcuni casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento.

Si sfrutta cioè il corpo di una donna per ottenere il massimo profitto, proprio come nell’industria.

Perché è esattamente questo: una fabbrica fordiana di bambini.

Specchio di una forma di schiavismo moderno, in cui il corpo della donna viene equiparato a un forno e il prodotto che ne deriva (il neonato) può essere ceduto come semplice merce.

Addirittura rimandato indietro se non soddisfa l’acquirente, come diversi casi di cronaca attestano.

Ha ragione la filosofa e femminista Luisa Muraro a rivendicare nel suo libello L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, «l’impegno femminista per la libertà» coerente con la critica alla gestazione per altri. Muraro nota infatti come la possibilità di diventare madre sia

«una prerogativa che in antiche culture ha ispirato un rispetto sacro per il corpo femminile. Soltanto lo stato di necessità può giustificare […] che una si privi delle sue prerogative senza con ciò sminuirsi»[1].

Dello stesso parere la militante femminista lesbica Marie-Josèphe Bonnet, fondatrice del Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria (FHAR), che si è inimicata i compagni del movimento LGBT francese per la sua posizione contraria alla maternità surrogata: «Non c’è niente di etico nel mercato delle madri surrogate, ma solo profitti economici»[2], ha dichiarato, spiegando:

«È un business da tre miliardi di euro. Donne, per lo più indigenti e analfabete, provenienti dall’India o dai paesi dell’Est Europa, affrontano, dietro compenso, una gravidanza e un parto, sapendo che poi il figlio verrà loro strappato al momento della nascita e ceduto a chi glielo ha commissionato. Mi spiegate cosa c’è di etico in tutto questo? L’etica non è il sacrificio di sé»[3].

Credo che sia in atto un ribaltamento del pensiero e uno svuotamento dei termini, una manipolazione della realtà e delle menti per introdurre pratiche ultra-capitalistiche moralmente inaccettabili: è proprio in questi frangenti che chi è contrario o preoccupato dovrebbe prendere posizione per denunciare la deriva morale, etica e sociale in atto.

Qua non c’entra essere di destra o di sinistra, importa recuperare una morale ed essere in pace con se stessi.

Per non essere complici, per difendere in definitiva la vita di quegli esseri che non hanno chiesto di essere “fabbricati” e tantomeno di essere “venduti” come merce: i bambini.

Possiamo, dobbiamo, quindi riappropriarci della nostra coscienza critica e negare il nostro consenso su tematiche che potrebbero rivolgersi contro di noi e il futuro dei nostri figli.

Possiamo e abbiamo il dovere di esprimere la nostra posizione in modo da fermare la deriva sociale che è sotto gli occhi di tutti. Altrimenti non possiamo lamentarci dell’attuale stato delle cose. Possiamo ribellarci in quanto, citando Ernst Jünger,

«Ribelle è colui che ha un profondo, innato rapporto con la libertà».

Voltarsi dall’altra parte per delegare ad altri la discussione è moralmente inaccettabile così come lo è quella che ritengo una forma moderna di schiavitù. L’utero in affitto.

 

Note

[1] L. Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, Editrice la Scuola, Milano 2016, p. 37.

[2] http://www.tempi.it/io-femminista-e-lesbica-contro-utero-in-affitto-e-fecondazione-assistita-per-questo-il-movimento-lgbt-mi-boicotta#.Vyolpklf0y8

[3] Ibidem.

 

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