Enrica Perucchietti – Blog

Giornalista e scrittrice. Ciò che le TV e i media non ti dicono

 

«La maternità surrogata è la forma di schiavitù del terzo millennio, che umilia il corpo delle donne e trasforma i bambini in una merce. Mi auguro che tutte le forze politiche, al di là degli schieramenti e delle posizioni, vogliano condividere con noi questa battaglia di civiltà» (Leggi post).

 

Giorgia Meloni ha annunciato su FB che ha preso il via la discussione in Commissione Giustizia alla Camera della proposta di legge di Fratelli d’Italia per rendere l’utero in affitto un reato universale, ovvero punibile in Italia anche se commesso all’estero.

Fratelli d’Italia aveva infatti depositato a marzo 2018 una proposta di legge per rendere la maternità surrogata reato universale con prima firmataria Giorgia Meloni e cofirmataria  l’on. Carolina Varchi.

L’idea di una moratoria internazionale per contrastare la maternità surrogata arriva da lontano, già con la proposta, nel gennaio del 2015, di Mario Adinolfi a cui si associò anche Pro Vita.

E proprio Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia onlus, già organizzatori del Congresso Mondiale delle Famiglie, hanno applauidto all’iniziativa, dichiarando:

 

«L’utero in affitto deve diventare reato universale: è sempre stata anche la nostra richiesta, contenuta nel documento finale del Congresso delle Famiglie di Verona. Accogliamo con fiducia e speranza la notizia che oggi in Commissione Giustizia alla Camera inizia l’esame della proposta di legge di Fratelli d’Italia perché finalmente sia punibile in Italia anche se commesso all’estero».

 

Successivamente anche Mara Carfagna era scesa in campo contro la surrogata con una sua analoga proposta di legge: si tratta di estendere la perseguibilità del reato di surrogazione di maternità, già previsto dalla legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita, anche a chi varca i confini.

La pena prevista per chi aggira la norma sarebbe la stessa: «Reclusione da tre mesi a due anni e multa da 600mila a un milione di euro». 

 

Premesso che è paradossale che una simile tematica non venga accolta, sostenuta e supportata anche dalla sinistra che si ammanta di difendere i diritti dei più deboli, e che spero vivamente che non diventi una battaglia ideologica né tantomeno politica, è bene ricordare a chi in queste ore si sta scagliando contro la proposta di legge che, dietro la patina di finto buonismo, la maternità surrogata è una barbarie, una moderna forma di schiavismo, una forma di mercificazione del corpo femminile (che viene equiparato a un forno) e dei neonati (equiparati a oggetti che si possono vendere e comprare).

 

Si tratta infatti di una forma di eugenetica da supermercato, di una mera compravendita di bambini che vengono “fabbricati” e ceduti a pagamento per soddisfare i capricci dei committenti.

 

Il business dietro la maternità surrogata (miliardi di dollari l’anno) è infatti considerevole quanto drammatico e dovrebbe spingere l’opinione pubblica a riflettere sulle derive dell’attuale politica.

Dietro questo mercato globale si nascondono spesso tragedie umane, morti, abbandoni, condizioni di vita devastanti che spingono donne disperate ad accettare di affittare il proprio corpo per fare figli per i ricchi.

Più ci spostiamo nei Paesi poveri e in via di sviluppo e meno le donne guadagnano per la gestazione: sono tutte donne disperate, molte di loro hanno già diversi figli e lo fanno esclusivamente per denaro.

Accettano il contratto legale che le costringe alla fine delle quaranta settimane, se il figlio è sano (altrimenti sono costrette ad abortire o a tenerselo senza soldi ovviamente), a cederlo ai genitori acquirenti.

In Oriente il servizio costa molto meno perché le madri surroganti non hanno una copertura sanitaria e rischiano persino la vita (ma questo è un problema collaterale per chi “compra” un bambino se si può risparmiare).

Nel subcontinente indiano, infatti, la situazione delle madri surroganti era talmente drammatica che la camera bassa indiana ha approvato nell’agosto 2019 il provvedimento che vieta in tutto il Paese la maternità surrogata a fini commerciali (leggi articolo). La legge autorizza la gestazione surrogata solo nel caso di scelta altruistica, tra persone della stessa famiglia, e solo per le coppie di indiani sposate da almeno 5 anni che non abbiano altri figli viventi.

Il provvedimento mette quindi fuorilegge le oltre 3000 cliniche private che dal 2001 prosperavano in tutto il Paese, con coppie in cerca di figli che arrivavano da tutto il mondo, e un giro d’affari di milioni di dollari. Non basta perché le cliniche hanno già iniziato negli ultimi mesi a spostarsi negli altri Paesi, ma è comunque un inizio.

Le donne firmano contratti tra le parti che non prevedono nessun supporto medico o economico in caso di malori post parto e vengono spinte a parti cesarei per non mettere a rischio la nascita dei bambini. In alcuni casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento.

 

Si sfrutta cioè il corpo di una donna per ottenere il massimo profitto, proprio come nell’industria. Perché è esattamente questo: una fabbrica fordiana di bambini.

 

Specchio di una forma di schiavismo moderno, in cui il corpo della donna viene equiparato a un forno e il prodotto che ne deriva (il neonato) può essere ceduto come semplice merce. Addirittura rimandato indietro se non soddisfa l’acquirente, come diversi casi di cronaca attestano.

Oggi dobbiamo purtroppo constatare che ogni cosa è diventata merce, anche la vita. La tecnica, scollata dall’etica, è ormai asservita al mercato e anzi, tecnica e mercato sembrano ormai sulla buona strada di asservire l’uomo, diventando i padroni del nostro futuro. Siamo nel pieno dominio della tecnocrazia, asserviti alle multinazionali che ci plasmano a suon di slogan inducendoci a consumare oggetti, cibo con pesticidi, ormoni, vitamine sintetiche.

E dal cibo che ci nutre siamo passati ai figli, che si vogliono a tutti i costi anche quando la natura nega questo privilegio, che si desiderano come se fossero bambole, che si fabbricano su misura per capriccio, che si strappano alle madri surroganti che li hanno nutriti con il sangue, il cibo, le proprie emozioni per nove mesi.

 

Si chiama bonding: si tratta di quel legame indissolubile che si costituisce tra madre (padre) e figlio già nella fase prenatale.

 

Ha ragione la filosofa e femminista Luisa Muraro a rivendicare nel suo libello L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, «l’impegno femminista per la libertà» coerente con la critica alla gestazione per altri.

Muraro nota infatti come la possibilità di diventare madre sia

 

«una prerogativa che in antiche culture ha ispirato un rispetto sacro per il corpo femminile. Soltanto lo stato di necessità può giustificare […] che una si privi delle sue prerogative senza con ciò sminuirsi»[1].

 

Dello stesso parere la militante femminista lesbica Marie-Josèphe Bonnet, fondatrice del Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria (FHAR), che si è inimicata i compagni del movimento LGBT francese per la sua posizione contraria alla maternità surrogata:

 

«Non c’è niente di etico nel mercato delle madri surrogate, ma solo profitti economici»[2],

 

ha dichiarato, spiegando:

 

«È un business da tre miliardi di euro. Donne, per lo più indigenti e analfabete, provenienti dall’India o dai paesi dell’Est Europa, affrontano, dietro compenso, una gravidanza e un parto, sapendo che poi il figlio verrà loro strappato al momento della nascita e ceduto a chi glielo ha commissionato. Mi spiegate cosa c’è di etico in tutto questo? L’etica non è il sacrificio di sé»[3].

 

Credo che sia in atto un ribaltamento del pensiero e uno svuotamento dei termini, una manipolazione della realtà e delle menti per introdurre pratiche ultra-capitalistiche moralmente inaccettabili: è proprio in questi frangenti che chi è contrario o preoccupato dovrebbe prendere posizione per denunciare la deriva morale, etica e sociale in atto.

Qua non c’entra essere di destra o di sinistra, importa recuperare una morale ed essere in pace con se stessi.

Importa pensare alla collettività e alle future generazioni, cercando di strappare a condizioni di schiavismo quelle donne che si vedono costrette ad affittare il proprio corpo come se fosse un forno.

Per non essere complici, per difendere la vita di quegli esseri che non hanno chiesto di essere “fabbricati” e tantomeno di essere “venduti” come merce: i bambini.

Possiamo, dobbiamo, quindi riappropriarci della nostra coscienza critica e negare il nostro consenso su tematiche che potrebbero rivolgersi contro di noi e il futuro dei nostri figli.

Possiamo e abbiamo il dovere di esprimere la nostra posizione in modo da fermare la deriva sociale che è sotto gli occhi di tutti.

Altrimenti non possiamo lamentarci dell’attuale stato delle cose.

Possiamo ribellarci in quanto, citando Ernst Jünger,

 

«Ribelle è colui che ha un profondo, innato rapporto con la libertà».

 

Voltarsi dall’altra parte per delegare ad altri la discussione è moralmente inaccettabile così come lo è quella che ritengo una forma moderna di schiavitù. L’utero in affitto.

 

Note

[1] L. Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, Editrice la Scuola, Milano 2016, p. 37.

[2] http://www.tempi.it/io-femminista-e-lesbica-contro-utero-in-affitto-e-fecondazione-assistita-per-questo-il-movimento-lgbt-mi-boicotta

[3] Ibidem.

 

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