Il World Economic Forum ha voltato pagina. Dopo le dimissioni di Klaus Schwab, travolto da scandali e inchieste, l’organizzazione con sede a Cologny, presso il Lago di Ginevra, ha annunciato i suoi nuovi leader: Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e André Hoffmann, erede della dinastia farmaceutica Roche. Due figure che rappresentano, meglio di qualsiasi discorso, l’essenza del Forum di Davos: l’alleanza tra finanza globale e Big Pharma, cuore pulsante del progetto di governance tecnocratica che il WEF porta avanti da oltre cinquant’anni. «Siamo onorati di assumere questo ruolo di leadership ad interim in un momento cruciale per il World Economic Forum. […] Il mondo è più frammentato e complesso che mai, ma la necessità di una piattaforma che riunisca imprese, governi e società civile non è mai stata così forte», si legge nel comunicato stampa firmato dai due copresidenti ad interim.
Schwab, per decenni burattinaio delle élite, aveva costruito attorno a Davos il mito del “luogo del dialogo globale”. In realtà, documenti interni e rivelazioni giornalistiche hanno svelato come i rapporti ufficiali del WEF venissero manipolati per piegare le narrative geopolitiche: penalizzare la Brexit, proteggere l’India, consolidare la visione tecnocratica del Great Reset.
Le dimissioni di Schwab, arrivate in fretta e furia dopo accuse di irregolarità finanziarie, spese opache e un ambiente lavorativo tossico, hanno aperto un vuoto di potere subito riempito da due nuovi frontman. Ma il segnale è chiaro: il WEF non si ferma. Anzi, sceglie di mostrarsi per quello che è sempre stato: un centro di potere globale al servizio dei grandi capitali.
L’elezione di Larry Fink equivale a un’ammissione pubblica: la finanza internazionale guida ormai apertamente il WEF. BlackRock, con i suoi oltre 12.500 miliardi di dollari di asset gestiti nel secondo trimestre del 2025, è considerata da molti un governo invisibile, capace di condizionare Stati sovrani, orientare le scelte energetiche, comprare debito pubblico e influenzare i mercati attraverso partecipazioni nelle più grandi corporation e nei principali istituti bancari.
In Italia, il colosso statunitense gestisce circa cento miliardi di euro ed è azionista di peso in banche e aziende strategiche: da Intesa Sanpaolo a Eni, da Mediaset a Unicredit, fino ad Atlantia. Un potere che si traduce nella capacità di incidere sulle politiche economiche nazionali al pari – se non di più – dei governi.
Accanto a Fink siede André Hoffmann, vicepresidente del colosso farmaceutico Roche. La sua nomina non è casuale: conferma il ruolo centrale del settore farmaceutico all’interno dell’agenda del WEF. Dopo la pandemia, Big Pharma ha assunto un potere senza precedenti, dettando tempi e modalità delle politiche sanitarie mondiali. Ora quel potere si formalizza nella governance di Davos.
La retorica ufficiale parla di “cooperazione pubblico-privata”. In realtà, il WEF si pone come laboratorio di una nuova forma di governo planetario che supera e svuota gli Stati nazionali. Già nel 2022, il Forum aveva dichiarato che “i governi non sono più adatti al loro scopo”: da qui la spinta verso una governance in cui a decidere sono corporation, fondi d’investimento, organismi sovranazionali e reti di capitale privato.
Il fatto che Schwab sia stato costretto a farsi da parte, schiacciato sotto il peso degli scandali, non significa che l’era del Great Reset sia finita. Al contrario: potrebbe solo aver trovato nuovi interpreti, nuovi frontman altrettanto autorevoli, se non di più.
Il Great Reset, lanciato nel 2020 dal Grande Vecchio, non è stato archiviato con le sue dimissioni. È semmai entrato in una fase più matura, guidata da uomini che incarnano direttamente il potere economico che lo sostiene. Resta da capire quale sarà la futura sede del Forum: la Svizzera rischia di perdere un pezzo fondamentale del suo soft power, mentre si fanno avanti Paesi come gli Emirati Arabi, pronti a offrire incentivi. Ma, a prescindere dalla geografia, il disegno resta intatto: consolidare un ordine tecnocratico globale in cui il capitale decide, e i popoli eseguono.
Con il Grande Reset, ci troviamo dinanzi a un progetto che aspira a traghettare la popolazione globale verso una “rinascita”, attraverso l’istituzione di un “nuovo ordine” tecnologico, automatizzato, “green”, in cui nessuno avrà privacy né possederà nulla, ma sarà “felice” (citando Ida Auken). Uno scenario distopico che prevede la creazione di una “algocrazia” in cui ogni aspetto della nostra vita rischierà di essere predisposto, controllato, automatizzato e sorvegliato da un occhio ben più crudele e spietato di quello del Grande Fratello orwelliano.
Ma davvero si chiude qui un capitolo?
In realtà, il World Economic Forum è molto più di Schwab. È una rete globale di potere che intreccia multinazionali, banche centrali, governi, fondazioni, università e media. Il suo obiettivo? Riprogettare la governance mondiale, superando i modelli basati sulla piccola e media impresa nazionale. Una visione tecnocratica, pianificata, centralizzata che strizza l’occhio alla tesi del saggio commissionato dalla Trilaterale, La crisi della democrazia, e mira ad automatizzare la società e ad avviare quella quarta rivoluzione industriale tanto cara proprio a Schwab. Su questo il fondatore del WEF, è molto chiaro nel descrivere nel suo La quarta rivoluzione industriale uno stravolgimento globale della nostra società in una direzione post-umana che «combina diverse tecnologie, dando luogo a cambi di paradigma senza precedenti».
Con Fink e Hoffmann al comando, il WEF mostra il suo vero volto. Non più maschere filantrocapitaliste o il carisma del pifferaio di Davos. Ora è la finanza internazionale, affiancata dall’industria farmaceutica, a guidare apertamente l’agenda.
Nel grande teatro globale, i protagonisti cambiano. Schwab se ne va, ma il copione resta lo stesso. Anzi, è stato riscritto con ancora meno veli: il potere non ha più bisogno di nascondersi dietro le narrazioni.